Descrizione

Le ricerche condotte da Dinu Adamesteanu nell’alta e media val d’Agri, fin dai primi anni dell’istituzione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, hanno permesso di delineare un quadro del popolamento antico dall’età arcaica fino alle trasformazioni verificatesi a seguito della definizione dell’ethnos dei Lucani. In particolare, in contrada Porcara a San Martino d’Agri, a metà degli anni ’70 del secolo scorso, venne scavato un nucleo di 12 sepolture, utilizzato per tre generazioni dallo stesso gruppo familiare.

La particolarità delle tombe rinvenute è la presenza, nei corredi funerari, accanto alla ceramica a figure rosse di produzione locale (bottega del Pittore della Porcara di cui si è rinvenuta la fornace a poca distanza dalla necropoli), di gusci d’uovo e di ossi di maiale, interpretati da A. Pontrandolfo come sorta di amuleti collocati accanto al defunto per agevolare il passaggio verso l’Oltretomba, ma che più probabilmente si ricollegano al culto di Demetra e Kore, diffusosi in ambito italico soprattutto nel corso del IV secolo a.C., e alla pratica di offrire porzioni di carne per il banchetto immaginato nell’Aldilà.

Ossi di maiale sono stati rinvenuti anche nel vicino santuario di Armento, soprattutto come resti di pasto nella sala per banchetti della terrazza superiore, dove, tra l’altro, autentiche uova di volatile sono all’interno di un busto femminile posto in una teca in terracotta, nelle fondazioni della stessa sala. Le uova sono simbolo per eccellenza di rinascita a nuova vita e si legano alle dottrine orfico-pitagoriche particolarmente diffuse nel corso del IV secolo a.C. in Magna Grecia.

 

Nel 1989 un altro nucleo di sepolture di IV secolo a C. venne individuato in località Campo delle Fornaci. Si tratta, anche in questo caso, di una necropoli relativa ad una fattoria lucana e contraddistinta da guerrieri armati di cinturoni.

Agli inizi del 2004, a seguito dei lavori condotti dalla Snam per la metanizzazione nel territorio di San Martino d’Agri, in località Tempa Cagliozzo a nord del moderno abitato, su un’altura collocata tra il Fosso di Mandra, a nord, e il Fosso Sasso Cardone, a sud-est, tributari dell’Agri, sono state individuate, alla distanza di 200 metri l’una dall’altra, due distinte aree di necropoli, databili rispettivamente al V e al IV secolo a.C.. La necropoli più antica si compone di 11 sepolture, databili tra la fine del VI e poco dopo la metà del V secolo a.C., ed è collocata sul lieve pendio di un’altura (601,70 mt. s.l.m.) in posizione strategica a controllo della stretta gola di San Martino-Missanello. Le sepolture sono del tipo a fossa terragna semplice, prive di copertura, con orientamento nord-ovest/sud-est. Le tombe sono monosome con il defunto in posizione supina con la testa a nord-ovest. In base alla stratigrafia orizzontale, la necropoli si compone di tre nuclei: il primo, più occidentale, comprende tre sepolture (le tombe 8, 10 e 11), quello centrale raggruppa una coppia di tombe (9 e 15); il terzo, più numeroso, sei sepolture (le tt. 12, 13, 14, 16, 18, 19).

Lo studio della composizione dei corredi, assieme all’analisi osteologiche, ha contribuito a stabilire, in alcuni casi, il sesso dei defunti di alcune sepolture. Maschili sono le tombe 8 e 10 del I gruppo, la 15 del II gruppo e le tombe 18 e 19 del III gruppo. Solo in due casi (tombe 18-19), le sepolture maschili sono contraddistinte da armi da offesa, come la cuspide di lancia, collocata presso il fianco sinistro del defunto. È evidente che il ruolo del guerriero non risulta particolarmente sottolineato. Il guerriero della tomba 18 aveva, tra l’altro, la veste decorata o un mantello trattenuto, in corrispondenza della spalla sinistra, da una borchietta in bronzo. Femminile è la tomba 11, con gli strumenti da toeletta (una pinzetta e una spatolina in bronzo), l’unguentario-oinochoe in pasta vitrea di produzione siro-palestinese (attestata in altri centri indigeni in sepolture femminili), un anello in argento con cavallo inciso (che per tipologia rimanda ad un esemplare analogo, dalla necropoli di Fratte). Probabilmente femminili sono anche le sepolture 9 e 14 contenenti fibule, quest’ultima è riferibile ad individuo di giovane età. La maggior parte dei reperti è disposta ai piedi e lungo i fianchi del defunto, spesso quello sinistro, come si riscontra anche nelle tombe riferibili alla prima metà del V secolo a.C. delle necropoli enotrie di Guardia Perticara-San Vito, lungo la valle del Sauro, e di Tortora-San Brancato, centro posto allo sbocco, sul Tirreno, della valle del Noce e, infine, di Poseidonia, Fratte e Pontecagnano. Continuano ad essere collocate ai piedi del defunto le grandi olle acrome, da considerare residuo di una tradizione più antica del rituale funerario, talvolta associate alla pisside stamnoide (nelle tombe femminili 11 e 16). Solo nella tomba 16, all’interno dell’olla era collocato un kantharos di tradizione subgeometrica, quale attingitoio. Il cratere a bande o acromo, attestato anche nella necropoli di V secolo a.C. di Guardia Perticara e che deriva morfologicamente dai crateri a decorazione subgeometrica diffusi in ambito tirrenico (sia a Tortora che a Sala Consilina), contraddistingue quasi tutti i corredi ed è collocato di consueto presso la testa, la spalla o il braccio sinistri del defunto. Spesso è associato a forme per bere (kylikes, skyphoi) o per versare (oinochoai), rimandando chiaramente al consumo del vino. In alcuni casi, sono individuabili lungo il fianco destro servizi da vino di stretta pertinenza del defunto, costituiti da una o più forme per contenere (anfora a vernice nera parziale con orlo piatto e anse baccellate nella t. 16) e per bere (kylikes, skyphoi o coppette nelle tt. 16 e 18) e, in un solo esempio, forme per versare a vernice nera di produzione coloniale (oinochoe a vernice nera nella t. 11).

Il servizio da simposio, con il cratere di tradizione indigena e le forme per bere (kylikes, skyphoi) e per versare (oinochoai) di produzione attica o coloniale (figg. 13-14), connota non solo le tombe maschili ma anche quelle femminili, in analogia con quanto rilevato di recente nelle necropoli indigene dell’Italia meridionale (confronta le necropoli enotrie di Chiaromonte, di Guardia Perticara e di Tortora). La presenza di vasi da vino in tombe femminili allude alla consuetudine italica della partecipazione della donna al banchetto o al simposio, considerato uno dei principali momenti della vita sociale e, al contempo, all’importante ruolo femminile nell’oikos. Particolarmente significativa, nella tomba 9, appare la posizione rovesciata di una kylix Bloesch C a costituire una sorta di coperchio su un’altra kylix, quasi a proteggerne il contenuto, probabilmente frutta come uva o altre offerte deperibili. Nella tomba 14, identificata come giovanile, risulta evidente un’iterazione dei contenitori per profumi e unguenti (tre lekythoi e un askos) allineati lungo il fianco sinistro; due coppie di vasi, posti presso la spalla e la gamba destre, sono costituite ciascuna da una forma per bere e una per versare (coppa su piede e da una brocchetta a vernice nera). Nelle due sepolture sicuramente maschili è attestata una sola lekythos collocata, in posizione isolata, presso il capo del defunto, così come per la tomba 16, probabilmente femminile. Nei corredi femminili si nota, inoltre, una sottolineatura del servizio legato alla cura del corpo, con l’iterazione della lekythos (da due a tre esemplari), associata al kothon (t. 9) e all’askos (tt. 9 e 14). Nella tomba 9, una lekythos a figure nere era isolata presso il braccio destro della defunta, mentre altre due, a vernice nera, erano rispettivamente associate al kothon e all’askos. Nella tomba 11, di una donna tra i 30 e i 40 anni, una pinzetta e una spatolina per stemperare i trucchi, poste presso la spalla destra, sottolineano l’aspetto della toeletta, in associazione con i numerosi vasi per contenere oli profumati (lekythosblack bodied con spalla decorata da palmette, lekythoi a corpo cilindrico e bocca trilobata).

Il kalathos è deposto in due sepolture femminili (nelle tt. 9 e 16), probabilmente a segnare una differenziazione di età o di ruolo tra le donne della comunità. Si tratta infatti di una forma collegata alla sfera femminile e alla realtà prenuziale, in quanto attestata sulla ceramica attica in scene di filatura della lana e sui pinakes locresi in scene di karpologia e antologia. Il kalathos della tomba 9, con decorazione a meandro, è analogo per forma ad un esemplare, con scena figurata, rinvenuto in una sepoltura della necropoli di Metaponto e datato alla prima metà del V secolo a.C.. Lo strumentario da fuoco (alari e spiedi), in versione miniaturistica, è stato rinvenuto soltanto nella tomba 9, femminile, e sembra alludere simbolicamente ai valori del focolare domestico e dell’oikos. I bacini acromi, destinati a contenere porzioni di cibo, caratterizzano tutte le sepolture e sono collocati sempre lungo il fianco sinistro del defunto, all’altezza delle gambe (tt. 10, 11, 16, 18, 19) o del capo (tombe 9, 13). In quattro casi (tt. 9, 12, 16, 19) all’interno era una grattugia in bronzo, in analogia a quanto riscontrato nelle tombe coeve di Guardia Perticara, dove di solito il bacino acromo è posto ai piedi dei defunti. Nella tomba 9, il bacino, collocato presso la spalla sinistra accanto al cratere, conteneva, oltre la grattugia, una kylix a vernice nera e una coppetta monoansata a bande. Sulla base di un’analisi preliminare dei materiali sembra di poco più antica delle altre la sepoltura 9 che fa parte della coppia di tombe poste al centro, tra i gruppi I e III. È l’unica a contenere il kothon di tipo corinzio databile alla fine del VI secolo a.C. associato alle kylikes tipo Bloesch C e alle lekythoi attiche, di cui due a fondo bianco con palmette orizzontali e una a figure nere, con scena di combattimento, attribuibile alla I fase del Pittore di Atena, la cui produzione è diffusa sia lungo la fascia costiera ionica, nell’Enotria interna e nel vallo di Diano. Le due coppette su piede sembrano prodotti coloniali che derivano da modelli attici dell’ultimo quarto del VI secolo a.C. Coppette su piede del tutto analoghe si trovano sia sulla costa ionica che sul versante tirrenico nella necropoli di Fratte e si datano tra la fine del VI e il primo quarto del V secolo a.C.. La sepoltura si può datare intorno al 490/480 a.C. e può essere ritenuta parte della coppia generatrice del gruppo parentelare. Di poco più tarde sembrano le sepolture del gruppo I e III, apparentemente coeve. La tomba più recente sembra essere la 11, con coppa a vernice nera, databile alla seconda metà del V secolo a.C. In entrambi i gruppi sono attestati skyphoi a vernice nera, a labbro distinto diffuso in area bradanica e di produzione metapontina, lekythoi ad orlo trilobato, rinvenute in gran quantità nel santuario di San Biagio a Metaponto e considerate anch’esse di produzione locale metapontina, oltre a kylikes del tipo stemless derivate da prototipi attici databili al 480-470 a.C.. Sono anche presenti oinochoai di dimensioni ridotte, a bocca rotonda e ansa sormontante, come l’esemplare della tomba 14, che sono diffuse tra la fine del VI e il primo venticinquennio del V secolo a.C. e anche le olpette a corpo piriforme e orlo estroflesso che deriva da un prototipo attico e si diffonde in Italia meridionale dal secondo venticinquennio del V secolo a.C.. I vasi a figure nere contenuti nelle sepolture (t. 11: cup-skyphoi) (t. 14: lekythoi con palmette orizzontali) appartengono alla Bottega di Haimon. Nella tomba 11, femminile, alle coppe schifoidi del gruppo di Haimon si associa la lekythos a figure rosse del Pittore di Aischines, ben attestato nelle necropoli metapontine.

Queste ultime sepolture si datano tra 460 e 450 a.C.. Particolarmente interessante è il kantharos contenuto nella sepoltura femminile della tomba 11 a decorazione nella tecnica a risparmio, con foglie di edera, che rimanda al vino e a Dioniso, confrontabile con la decorazione del corpo di un cratere attico al Museo Archeologico di Napoli attribuibile ad una particolare produzione della bottega del Pittore di Sotades, a ragione riconnessa con le produzioni vascolari apule indigene della Messapia e della Peucezia.

In sintesi, nei corredi prevale la ceramica a vernice nera, segue l’acroma e quella a bande e, infine, le figure nere e le figure rosse. Per quanto riguarda i materiali, molte analogie si riscontrano sia con i coevi corredi metapontini sia con quelli della fase della prima metà del V secolo a.C. di Siris.

 

La necropoli del IV secolo a.C.

Il secondo nucleo di necropoli si sviluppa a circa 160 metri più a valle, a sud-ovest di quello appena descritto ed è databile nel corso dei primi tre quarti del IV secolo a.C. Le dieci sepolture portate in luce sono concentrate in un’area abbastanza limitata, circa 130 mq., lungo la scarpata settentrionale dell’attuale strada interpoderale (591, 77m s.l.m.) (fig. 25). La stratigrafia orizzontale ha permesso di distinguere due nuclei sepolcrali, con tombe disposte secondo gli orientamenti est/ovest, nord-est/sud-ovest e sud-est/nord-ovest, con il capo sempre ad est. I gruppi di sepolture sono separati da una fascia di rispetto, larga circa 2 metri, non interessata da deposizioni funerarie; probabilmente si potrebbe trattare di un accesso o di un’area di servizio alla necropoli. Il I nucleo è costituito dalle sepolture 21, 22, 23, 27 e 28: le prime tre femminili con corredo legato a tradizioni funerarie più antiche (di cui la 21 di bambina tra gli 8 e i 10 anni), mentre le tombe 27 e 28 sono maschili. Si nota una sorta di separazione tra sepolture maschili e femminili, disponendosi le prime sul lato orientale dello spazio e le seconde sul versante occidentale, in modo analogo a quanto riscontrato in altre necropoli di IV secolo a.C. dell’alta valle dell’Agri. Il secondo nucleo è rappresentato da un gruppo familiare composto da due tombe maschili di adulto (tombe 25-26), da una femminile di adulta (tomba 29) e da due infantili (tombe 20 e 24), di cui una sicura-mente femminile (tomba 24).

 

Per quanto riguarda la tipologia tombale, si tratta principalmente di sepolture a fossa terragna. Nel caso del-le tombe 21, 22 e 23 la fossa era semplice e poco pro-fonda, non delimitata. In due casi (tombe 25 e 26) si rinveniva una copertura in pietre di medie dimensioni (fig. 26), quasi dei piccoli tumuli emergenti sul piano di campagna antico, che consentivano l’identificazione delle sepolture. Nel caso della tomba 28 poche pietre sparse costituivano la copertura sulla quale si sono rinvenuti i frammenti di due vasi (un kantharos a vernice rossa e il piede di una forma aperta) relativi a riti post mortem. Da notare, nel caso delle tombe 20, 25, 26, 27, 28 e 29, una pietra posta in corrispondenza del capo; in alcune delle suddette sepolture (tombe 25, 27, 28 e 29) una seconda pietra delimitava l’estensione della fossa dal lato opposto, ai piedi del defunto. In tre casi, al di sotto del pietrame di copertura, sono conservate le tracce carboniose di un assito ligneo costituito da sei o sette assi larghe in media 20/30 cm, adagiate su un alloggiamento appositamente realizzato nel banco argilloso. In due casi le tavole lignee sono chiaramente visibili (tomba 25 e tomba 26) disposte trasversalmente rispetto alla lunghezza della fossa; nel terzo (tomba 28) si è conservata soltanto traccia di una tavola ai piedi del defunto (adagiata sull’anfora e sulle due pelikai a figure rosse). In questi tre casi, a differenza di quanto riscontrabile nelle coeve necropoli di contrada Porcara di San Martino d’Agri e di Atella, l’assito ligneo costituiva semplicemente la copertura superiore; solo nel caso della tomba 25 una lunga tavola posta lungo il fianco sinistro dell’inumato (lato sud della fossa) sembra suggerire la presenza di una vera e propria cassa lignea. La deposizione entro cassa di tegole, con probabile copertura piana, è rappresentata solo nel caso della tomba 20 la cassa è costituita da tegole piane con alette, poste a foderare tutti i lati della fossa (due sui fianchi, in corrispondenza del piano di deposizione e della copertura; una sui due lati corti). Tutte le sepolture sono monosome, con defunto deposto in posizione supina, con le braccia distese lungo i fianchi e il capo ad est. Il sesso dei defunti, anche in presenza di analisi osteologiche, non è sempre determinabile: sicuramente attribuibili a defunti di sesso maschile sono le tombe 25, 26, 27 e 28. Solo nel caso della tomba 25 il defunto è connotato come guerriero portatore di cinturone e presenta una ferita sul cranio, probabilmente riportata in

battaglia. Il defunto della tomba 26 era avvolto in un sudario, come testimonia la particolare posizione delle braccia e delle gambe. La tomba 28, sempre maschile di adulto, è invece contraddistinta dallo strigile in bronzo deposto in prossimità del braccio destro; l’analisi delle ossa ha consentito di individuare la fusione di alcune vertebre, che, se da un lato, potrebbe essere attribuita ad una malattia quale l’artrosi, dall’altro, potrebbe rappresentare la conseguenza di una intensa e pesante attività fisica. Attribuibili con certezza ad un defunto di sesso femminile sono le tombe 29, di adulta, e la 24, infantile, per la presenza in entrambi i casi, di numerose fibule in bronzo, collocate in corrispondenza delle spalle e delle braccia, a chiudere la veste sui lati. Probabilmente femminili sono le tombe 21, per il vago in ambra a testa femminile posto come pendente sul petto, e la tomba 23, per la presenza di una fibula in ferro. Di bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni sono le sepolture 20 e 21. Il corredo funerario è collocato lungo il fianco destro e ai piedi dei defunti. Ai piedi sono deposti, di consueto, i grandi vasi, l’olla e il cratere. Il cratere, figurato o a vernice nera, connota le sepolture maschili ed è deposto in genere ai piedi (tombe 25, 26, 27) o alla testa (tombe 27 e 28) del defunto. Nel caso della tomba 27 si nota la presenza, lungo la gamba sinistra, di quattro coppe deposte rovesciate e ben allineate, che rimandano ad un atto espiatorio rivolto al mondo dell’Oltretomba. Un altro dato interessante è la deposizione isolata dello skyphos presso la spalla destra del defunto, mentre un cratere a colonnette a vernice nera, con coltello in ferro al suo interno, era collocato sopra la testa. Ai piedi, un altro cratere a figure rosse, con restauro antico sul piede. In corrispondenza della testa la presenza di due appliques circolari in ferro, del diametro di 5 cm, con un piccolo perno sembrerebbe indicare una loro pertinenza ad un copricapo in cuoio o ad un elmo, sempre in materiale deperibile.

 

Il servizio da mensa si compone di vasi a vernice nera per bere, quale lo skyphos, deposto in tutte le sepolture, maschili, femminili e infantili, raramente in associazione con forme per versare, olpetta o oinochoe (tombe 21, 22, 25 e 26). Nella tomba 22, l’olpetta era deposta in corrispondenza della mano destra. All’offerta di cibi si legano le patere, le coppe e le coppette deposte in tutte le sepolture, tranne che nelle tombe 23 e 24. Le lekythoi, forme per oli profumati, compaiono nelle sepolture femminili (tombe 22 e 29). Nella tomba 22, la lekythos a vernice nera e a corpo ovoide, era deposta presso il piede sinistro della defunta; nella sepoltura n. 29, due lekythoi, una a reticolo e l’altra a figure rosse, erano in corrispondenza della mano destra, mentre la terza, a vernice nera, presso il piede sinistro. Il guttus, vaso per oli da mensa, compare solo nella tomba maschile n. 25, in associazione con il servizio da mensa. Il medaglione riproduce un volto giovanile, con acconciatura separata al centro e con sottile taenia. Le olle acrome, come nelle necropoli di età arcaica del mondo indigeno della Basilicata antica, sono deposte ai piedi dei defunti (tombe 23, 26 e 29); nel caso della tomba 23, le due olle (nella più grande delle quali era collocato uno skyphos a vernice nera quale probabile attingitoio) erano associate ad una pisside stamnoide. Nella tomba 26 l’olla era insieme a un cratere figurato, mentre nella tomba 29 era associata ad una brocca, una squat-lekythos e due skyphoi. Lo skyphos contraddistingue tombe sia maschili (tombe 25 e 27), sia femminili (tombe 22 e 23), che infantili (tomba 21). L’unica forma miniaturizzata è il krateriskos acromo deposto sul petto del bambino sepolto nella tomba 20, mentre in corrispondenza del piede destro era uno skyphos a vernice nera e presso il piede sinistro una patera, su cui era collocato un secondo skyphos. Le sepolture maschili sono contraddistinte dallo strumentario da fuoco (alari, spiedi), in versione miniaturistica e in piombo nelle tombe 25 e 26, in ferro nella tomba 28. In due casi (tombe 25 e 28) alari e spiedi sono accompagnati da un candelabro, rispettivamente in piombo e in ferro. Coltelli in ferro e bacili sono attestati nelle tombe 27 e 28, sempre maschili. Nella tomba 27 un coltello era all’interno del cratere a vernice nera, mentre nella sepoltura n. 28 era poggiato sull’orlo del cratere a figure rosse insieme ad un altro, quasi una machaira miniaturizzata, sull’orlo dell’anfora a figure rosse. In questo caso, sia il cratere che l’anfora sembrano aver perso il ruolo di vasi da vino per assumere la funzione di forme rituali connesse con il sacrificio funebre. Nella tomba 28 un bacile in bronzo era capovolto su una patera a vernice nera, probabilmente a proteggere un’offerta di cibo. Sempre nella stessa sepoltura un’altra patera a vernice nera conteneva una melagrana in terracotta a vernice rossa e gusci di uova; un colum con manico desinente a testa di cigno e palmetta sul lato dell’attacco fungeva quasi da coperchio. In questo gruppo di sepolture sono assenti le armi da offesa, mentre l’unico defunto connotato come guerriero (tomba 25) indossa il cinturone con estremità maschio dotata di una coppia di ganci del tipo a palmetta con arco decorato a punta di freccia profilata, ganci tipici della prima metà del IV secolo a.C.. La tomba maschile 28, in prossimità del braccio destro, è segnata dallo strigile, strumento che rimanda al valore dell’atletismo, fondamentale nel percorso educativo del giovane maschio che sta per accedere allo status di adulto, di guerriero e di capofamiglia. Gli oggetti di ornamento personale contraddistinguono le sepolture 29, femminile, con sei fibule in bronzo (tre per lato) per trattenere la veste, e 24, d’infante, con quattro fibule in bronzo (due per lato). Un vago in ambra con protome femminile stilizzata è deposto nella tomba 21. È stato possibile riscontrare anche in due casi (tombe 28 e 29) la deposizione di frammenti ceramici pertinenti a riti post mortem tra il terreno argilloso di copertura delle sepolture; alla prima delle due sepolture si rinvengono alcuni frammenti appartenenti ad un medesimo kantharos, che rimanda ad una libagione, probabilmente con vino, successiva alla chiusura della tomba. Nel caso della sepoltura 29 si segnala la presenza di un askos, privo dell’ansa e del beccuccio, e di frammenti di una brocchetta a vernice nera parziale. Particolarmente significativo appare il fatto che i tre vasi per i riti post mortem siano più antichi e databili al V secolo a.C., simili per tipologia a forme diffuse nella necropoli di V secolo a.C. rinvenuta poco lontano, a sottolineare un legame con le generazioni precedenti. La ceramica a figure rosse è presente con 9 esemplari, tutti collocati in quattro deposizioni maschili (tombe 25, 26, 27 e 28), ad eccezione della piccola lekythos della tomba 29. La ceramica a figure rosse è prodotta in officine attive nella Val d’Agri: a quella del Pittore di Roccanova sono pertinenti le pelikai, l’anfora e il cratere della tomba 28, oltre al cratere della tomba 26; al Pittore della Porcara si può attribuire l’oinochoe della tomba 25, con la raffigurazione di una figura maschile in corsa verso sinistra con situla e torcia. Nella bottega protoitaliota del Pittore di Dolone è stato prodotto il cratere della tomba 27, restaurato in antico con grappe in piombo. Anche in questa necropoli, così come in quella più antica, prevale nei corredi la ceramica a vernice nera, mentre è scarsamente documentata quella acroma, a bande e a figure rosse. Il nucleo di sepolture risulta quindi pertinente ad una ricca fattoria lucana, ubicata in posizione strategica sui fertili pianori dominanti la val d’Agri, in corrispondenza di una stretta gola lungo il corso dell’Agri, a controllo dell’itinerario fluviale di collega-mento tra la costa ionica e i territori interni. Infine, un’altra sepoltura è stata individuata tra le località Serra La Via e Petto del Cavaliere, a circa 2 km in linea d’aria da Tempa Cagliozzo (627,84 mt. s.l.m.).  È probabile che in questa zona si sviluppasse un’altra fattoria con annessa necropoli, a controllo del torrente Fosso di Mandra che si immetteva sul versante destro del fiume Agri.

La tomba a fossa terragna era coperta da qualche pietra e tegole ed era delimitata anche da poche pietre lungo i tre lati: settentrionale, orientale e meridionale. Il defunto era deposto supino su di un banco argilloso con orientamento nord-est/sud-ovest. Il corredo era deposto lungo il fianco destro dell’inumato, ad un piano inferiore, ad eccezione di un’oinochoe posta alla testa e di un’olla a bande presso il piede sinistro. Si tratta di una sepoltura maschile con servizio da mensa a vernice nera, costituito da un cratere, due anfore, tre patere, quattro coppette (di cui due miniaturistiche), due skyphoi, un’oinochoe, un guttus con medaglione a rilievo a testa di leone. Il defunto era inoltre accompagnato da uno strigile in bronzo, dallo strumentario da fuoco in piombo (alari e spiedi miniaturistici) e da un candelabro sempre in piombo. Degni di nota, in-fine, sono un vaso – filtro con sottile tubo per il passaggio di liquidi e una coppa biansata in bronzo, deposti in prossimità dello strumentario da fuoco. Un’olla a bande costituisce il residuo della tradizionale coppia rituale di vasi (olla e attingitoio).

 

Conclusioni

In conclusione, la composizione del corredo delle sepolture di V secolo a.C. rimanda a modelli di comportamento simili a quelli riscontrabili nei pochi centri enotri da cui provengono necropoli databili agli inizi del V secolo a.C., come Guardia Perticara, nella valle del Sauro, e Tortora, nella valle del Noce. Particolarmente interessante è che l’unico elemento residuale della precedente tradizione ceramica enotria resta il cratere-kantharos, con decorazione purtroppo evanida e con larghe anse a nastro verticali baccellate, forma peraltro tipica dei centri enotri gravitanti lungo il Tirreno tra il VI e il V secolo a.C., Tortora e Palinuro, e nel Vallo di Diano. Questo vaso infatti sembra derivare dal più antico kantharos subgeometrico di Sala Consilina. Tale elemento della cultura materiale che connette questo comparto interno con l’Enotria costiera si spiega probabilmente con la particolare posizione geografica e strategica di San Martino d’Agri, centro collocato allo sbocco, nella valle dell’Agri, di un itinerario trasversale che attraverso i torrenti Trigella, Cogliandrino, si ricollega con l’alta valle del Sinni e con la valle del Noce. Numeroso è invece il vasellame di produzione ellenica, prevalentemente da simposio o per contenere oli profumati, d’importazione dall’Attica o dalle colonie greche costiere, in particolare Metaponto, che giunge dalla costa all’interno, attraverso l’itinerario fluviale dell’Agri. Tra il materiale a figure nere, dalla superficie evanida a causa dell’acidità del terreno, prevalgono le scene di battaglia o connesse al mondo dionisiaco; sull’unico esemplare a figure rosse, una lekythos del Pittore di Aischines, è raffigurata una consueta scena di gineceo (donna stante e kalathos). Si tratta pertanto di una comunità estremamente “ellenizzata” che sembra, tra l’altro, aver acquisito anche l’uso della scrittura, come dimostra la presenza di lettere graffite in alfabeto greco e lingua italica sul fondo interno di una kylix Bloesch C rinvenuta nella tomba 11, femminile. È questo un periodo di grandi trasformazioni sul fronte greco, sia con l’aggressione etrusca, con ausilio di Dauni e Umbri, alla polis euboica di Cuma (524 a.C.), scongiurata dalla superiore organizzazione militare cumana, sia con la caduta di Sibari (510 a.C.) ad opera di una coalizione di città achee, che provoca la fine del suo “impero” che sembra si estendesse fino al Tirreno, attraverso le vallate dell’Agri e del Sinni. Taranto, che nel corso del secolo precedente sembra aver avuto un ruolo soprattutto nell’area interna indigena nord-lucana, è impegnata, nel primo venticinquennio del V secolo a.C., sul fronte apulo rivelando un interesse ad ampliare la propria sfera di influenza verso il Metapontino e la Siritide e, di conseguenza, verso queste aree interne italiche soprattutto nella seconda metà del secolo. Non siamo comunque in grado di dire se in questo periodo s’intensifichino i rapporti economici con i nuovi interlocutori greci o se, piuttosto, si registrino spostamenti di gruppi o, addirittura, arrivino nelle aree interne elementi allogeni, in un periodo di grandi trasformazioni sia per il mondo coloniale sia per l’Enotria. La presenza di numerosa ceramica di produzione metapontina conferma un cambiamento degli interlocutori greci: non più Sibari, ma, quanto meno nel primo quarto del V secolo a.C., Metaponto. La colonia achea manifesta, in un periodo di grandi trasformazioni, di rinnovamento edilizio nella città e di espansione nella chora, il proprio interesse per la Siritide e, attraverso le vallate fluviali, fino ai territori interni indigeni. Il nucleo di necropoli di V secolo a.C. di San Martino d’Agri costituisce pertanto un ulteriore tassello per ricostruire questa delicata fase cronologica di transizione tra Enotri e Lucani, in cui non va sottovalutato il ruolo rivestito dall’elemento greco-coloniale nel processo di trasformazioni storiche che investono tutta l’Enotria a partire dalla caduta di Sibari sino allo strutturarsi, in forme politiche, dell’ethnos dei Lucani. Dopo circa due generazioni, agli inizi del IV secolo a.C., a seguito dell’abbandono del sito precedente, posto in posizione strategica sul punto di massima altitudine e a controllo della valle dell’Agri, viene occupata un’area più a valle, ubicata ad una distanza di circa 200 metri a sud rispetto alla necropoli più antica. Il nuovo insediamento è in connessione con un tratturo che conduce verso quella contrada Porcara nota per la sua necropoli di IV secolo a.C.

La seconda area di necropoli in località Tempa Cagliozzo è costituita da tre sepolture di bambini e sette di adulti, di cui quattro maschili e tre probabilmente femminili. Anche in questo caso nelle sepolture maschili non è assolutamente sottolineato il ruolo guerriero, se non nella tomba 25, in cui il defunto indossa un cinturone e sembra aver riportato una ferita sul cranio da corpo contundente, rimarginatasi prima della morte. Un corredo particolarmente interessante è quello rinvenuto nella tomba 28, di un maschio di circa 40 anni, connotato dallo strigile in bronzo deposto in prossimità del braccio destro. Il cratere a campana figurato, su cui è poggiato un coltello in ferro, è presso la testa; accanto è il servizio da mensa costituito da quattro patere, due skyphoi a vernice nera, uno skyphos a figure rosse con erote e fiaccola, un bacile in bronzo posto come coperchio di una delle patere. Un’altra patera a vernice nera, entro la quale era un colum in bronzo con ansa a nastro desinente a testa di cigno, conteneva una melagrana fittile dipinta di rosso e gusci di uova. Le uova, simbolo orfico-pitagorico di rinascita a nuova vita, ricorrono tra le offerte alla sepoltura sulla ceramica figurata italiota o sulle lastre pestane; in quest’ultimo caso, su una lastra è raffigurata una patera ricolma di uova e melagrane. Nelle necropoli pestane sono anche attestate melagrane in terracotta in tre casi, tutti afferenti a sepolture femminili. Risulta pertanto eccezionale la melagrana in un corredo maschile, ma tale apparente incongruenza può essere superata se si pensa che la melagrana, connessa a Kore-Persefone, è il prodigioso frutto dalla capacità autogenerante “che porta alla tomba la presenza di un’indistruttibile forza vitale”. Non bisogna infine trascurare due altri aspetti. Il primo lega il frutto alla dea Hera, particolarmente venerata ad Argo, il cui santuario è un luogo di riferimento religioso in Acaia, regione di provenienza dei coloni di Poseidonia, divenuta polis lucana alla fine del V secolo a.C., dove la dea era raffigurata con melagrana in una mano e phiale nell’altra; non è un caso, dunque, che Milone di Crotone, altra colonia achea, famoso atleta e sacerdote di Hera, venga rappresentato, sulla statua descrittaci da Filostrato, con la melagrana. Un altro aspetto da considerare è la presenza, nella patera che conteneva le uova e la melagrana, di un colum in bronzo; oggetto che connette il frutto al vino, con il quale sono stati già riscontrati numerosi nessi nella tradizione mitica greca. La melagrana infatti è un frutto rosso come il sangue che nasce dalle stille del sangue di Dioniso, divinità del vino e della rinascita. Ai piedi, infine, erano due pelikai, con coperchio costituito da una coppetta a vernice nera, e un’anfora a figure rosse. Probabilmente connessa alla vittoria agonistica è la deposizione delle due pelikai e dell’anfora, come sembra suggerire la raffigurazione su un cratere italiota. Infatti in Grecia, oltre al denaro, venivano messi in palio premi, quali anfore d’olio, di vino, mantelli, scudi, parti di sacrifici. Si tratta probabilmente di un atleta, cui sembrano alludere anche le raffigurazioni sui vasi a figure rosse deposti nella sepoltura, commissionati dal ghenos del defunto ad un’unica officina, quella del Pittore di Roccanova. Si tratta essenzialmente di scene incentrate sulla figura di un giovane nudo eroizzato. Sull’anfora, un giovane è seduto, al centro, tra due donne poste ai lati che gli donano rispettivamente una corona e una cassetta lignea (kibotion). Sul cratere, un giovane nudo è stante, con corona nella mano destra e palma della vittoria nella sinistra; ai lati, due donne offrono doni, di cui quella a sinistra reca un cofanetto semiaperto. Sulle due pelikai sono raffigurate, rispettivamente, una scena con figura femminile che dona lo specchio al giovane e un’altra in cui un giovane, con benda, insegue una fanciulla. Il defunto viene pertanto visto come un atleta vittorioso anche nell’agone amoroso, di cui si esaltano le qualità più umane, quali la bellezza, la forza e la capacità di seduzione. La sepoltura maschile della tomba 27, posta accanto alla precedente, è riferibile ad un altro defunto maschio di oltre 40 anni e presenta tra l’altro, nel suo corredo, due crateri: il primo a colonnette a vernice nera è posto dietro la testa, mentre l’altro a campana a figure rosse, con restauro antico con grappe in piombo, collocato ai piedi. Il resto del corredo, costituito da forme aperte a vernice nera, era deposto lungo la gamba sinistra: una patera, una coppetta monoansata, una coppa, una coppa su alto piede. Il cratere, della cerchia del Pittore di Dolone, raffigura un giovane nudo seduto in procinto di essere incoronato da una Nike, mentre il compagno, con elmo a pileo e mantello, gli consegna una spada; un altro giovane nudo, con spada e mantello, reca la gamba destra sollevata e poggiata su un pilastrino e volge il capo a destra per guardare la scena. La raffigurazione sembra ricollegarsi alle epiche vestizioni degli eroi dell’Iliade, con consegna delle armi al guerriero pronto per la partenza per la guerra, parafrasi della partenza per l’Aldilà. Le armi, e la spada in particolare, assumono dunque la difesa estrema contro la morte: il guerriero che riceve la spada diviene vincitore e al contempo eroizzato con l’incoronazione da parte di Nike. Il vaso, ritenuto prezioso dal gruppo familiare di appartenenza del defunto, era stato accuratamente restaurato prima di essere deposto nella sepoltura. Un’ulteriore significativa considerazione riguarda i corredi delle tombe femminili che sembrano in qualche modo essere più conservativi, in quanto si legano alla tradizione precedente, per la presenza dell’olla e della pisside stamnoide ai piedi e per l’assenza di vasi a figure rosse. È probabile pertanto che le donne del gruppo rappresentino il punto d’unione con l’ethnos enotrio, mentre gli uomini costituiscano l’elemento nuovo, forse di stirpe diversa, osco-sannita, infiltratosi nella compagine enotria anche attraverso il matrimonio.

Posizione

Unnamed Road, 85030 San Martino D'agri PZ, Italia

Contatti
  • Unnamed Road, 85030 San Martino D'agri PZ, Italia

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